Frontiere

CRONACHE DA MOSUL: LA RELAZIONE CHE CURA

Concetta Feo

“Concetta da Ahmad.. Concetta da Ahmad..” La radio gracchia il mio nome mentre io mi trovo nel mezzo di una sessione con un uomo in lacrime che mi racconta la sua disperazione. Mi ero intenzionalmente spostata sul canale di emergenza, al volume minimo, come ero solita fare per evitare interruzioni. Spegnere la radio era fuori questione per motivi di sicurezza, e la sicurezza era in cima alla lista delle regole ferree da seguire, nella Mosul in mano ai terroristi e al suono dei bombardamenti come sfondo. “Concetta da Ahmad.. Concetta da Ahmad..” il brusio cattura finalmente la mia attenzione; chiamarmi sul canale di emergenza indicava una sollecita risposta. “Corri al triage, abbiamo bisogno di te, è urgente!”. Mi scuso, non con poco imbarazzo, con l'uomo in lacrime, mentre lascio al mio inseparabile interprete il compito di spiegare l'inaspettata interruzione in un momento così delicato; ma gli iracheni hanno imparato ad accusare certi colpi con estrema disinvoltura, quasi fosse scontato che c'è sempre qualcosa che urge, che ha la priorità, che necessità attenzione, oltre te. Mi reco a passo svelto all'esterno dell'ospedale, nell'area dell'urgenza: un box bianco al termine di una grata che inizia con un filtro sicurezza dove sono piazzate delle guardie, disarmate, a fare i controlli sulle persone che accedono all'interno. Le guardie.. quelle sempre esposte a potenziali attacchi, le prime a dover tenere occhi ben aperti e orecchi ben tesi; mani sapienti che ispezionano corpi all'entrata di un ospedale supportato da una organizzazione umanitaria internazionale, durante un conflitto feroce, disumano e traumatico. Mosul, il luogo sul pianeta più pericoloso in quel frangente di storia. Quello che vedo è inaspettato.. Un gruzzolo di guardie e Ahmad, il responsabile della sicurezza, che cercano di contenere un uomo robusto che si agita e non vuole saperne di stare fermo. Al mio arrivo mi fanno largo “Concetta, scusa se ti abbiamo interrotto ma non sappiamo cosa fare con quest'uomo.. si comporta proprio come uno di quei casi che ci hai spiegato durante la formazione ed abbiamo provato a seguire i tuoi consigli, ma crediamo abbia bisogno di te!”. L'uomo ha sui sessant'anni (o forse meno..ma molto vissuti), curato quanto basta nell'abbigliamento, i capelli grigi, gli occhi chiusi, sigillati, strizzati con forza per non vedere; si agita, cammina avanti e indietro senza sosta; non parla, non risponde a nessuno stimolo e stringe forte i pugni a sé, come a coprirsi il volto da colpi invisibili. Chiedo informazioni alle guardie, le quali però sanno dirmi poco, se non che qualcuno lo ha trovato per strada poco lontano, in preda a questi comportamenti, e che è stato lasciato all'ingresso dell'ospedale. Considerate le circostanze di estrema insidiosità e il perpetuo rischio di attacchi, le guardie sono state pronte e coraggiose nel ricevere adeguatamente l'uomo, senza però mai abbassare la guardia e riuscendo a tenere a bada gli uomini dell'intelligence che, invece, avrebbero catturato e torchiato quello che per loro era un sospetto terrorista. Mi avvicino, lo seguo nel suo muoversi senza sosta, insieme alla mia metà, Hassan, che ripete con dolcezza ed attenzione tutto quello che dico. Ci presentiamo, gli spieghiamo che si trova in un ospedale, al sicuro, e che siamo li per aiutarlo. Lo avverto che sto per toccargli una spalla; lui sembra a tratti recepire, ma non reagisce e continua a camminare avanti e indietro, stringendo i pugni con una forza inesauribile, ad occhi serrati ed emanando solo grugniti incomprensibili. Proviamo, delicatamente ma invano, ad aprire i pugni che sembrano invece essere un tutt'uno con il resto del corpo, rigido. Nel frattempo una sedia è stata riposta nell'atrio, le guardie incredule e spaventate, cercano di tenere lontano gli occhi curiosi e di tornare ai loro compiti. Con l'aiuto di Hassan, lo facciamo sedere, gli contengo a fatica le mani ma lui, in qualche modo, sembra collaborare, o quantomeno sembra recepire la nostra presenza. Continua a tenere gli occhi e i pugni chiusi, a dondolarsi ripetitivamente sulla sedia, e a non parlare. Mi sembra chiaro che si trovi in uno stato di shock, ma l'assenza di anamnesi e di qualsiasi altro tipo di informazione, nonché il suo mutismo, sono muri insormontabili per inquadrare il caso dal

punto di vista diagnostico. Ho solo uno strumento, ma il più importante per me: la relazione. Quando ci si trova difronte a qualcuno in stato di shock è necessario innanzitutto pensare alla propria sicurezza: sarebbe inutile cercare di aiutare qualcuno e poi ritrovarsi a diventare la ulteriore persona da soccorrere. Successivamente, mettere in sicurezza (se non lo è già) l'individuo in necessità, considerando sempre come priorità la conservazione della sua dignità. Calmare qualcuno estremamente agitato può essere un'arma a doppio taglio, specialmente quando non abbiamo alcuna idea di chi ci stia difronte e le ragioni per le quali si trova in certe condizioni. Le indicazioni in tali casi sono di parlare con un tono calmo ma sicuro, rassicurare (laddove possibile) sulla condizione di sicurezza, ripetere che si sta cercando di aiutare, chiedere circa i bisogni della persona, rispettandone il silenzio e i suoi tempi.. Insomma, intervenire in modo delicato ma con cognizione di causa, proprio come un intervento di primo soccorso, allo scopo di agire con procedure adeguate e consapevoli, mirando ad aspetti chiave che possono guidare verso l'intervento più consono a salvare l'individuo. Con il prezioso supporto di Hassan, ci spostiamo in una zona più tranquilla, lontano da occhi e orecchi indiscreti. Lentamente inizia a calmarsi, probabilmente in seguito al fatto che continuavamo a ripetergli di essere in ospedale, al sicuro e che cercavamo di aiutarlo. Seduta di fianco a lui, gli accarezzo la spalla e continuo a tenergli le mani, gesto non necessariamente consono al contesto ma a cui lui, certo, non opponeva resistenza. L'umanità non ha differenze culturali. Ahmad, preoccupato per la nostra sicurezza ed intenerito da questo omone indifeso, continuava ad osservarci da lontano, pronto ad intervenire. Intanto, sullo sfondo, le bombe continuano a scandire la nostra giornata. Chi sei? Cosa ti è successo? Perché non parli? Come posso acquistare la tua fiducia? Cosa ti spaventa? Cosa ti terrorizza? Continuavano a tormentarmi questi pensieri e queste domande. Gli occhi sempre chiusi e i pugni sempre stretti, ma ora appoggiati sulle ginocchia; il respiro regolarizzato; i grugniti trasformati in lamenti silenziosi, rivolti all'interno piuttosto che a noi. Si era calmato. Io continuo a parlargli, in inglese, e Hassan continua a tradurre guardandomi con occhi sconsolati di chi non sa cosa altro fare o dire. Sorprendentemente, dopo forse più di un'ora, l'uomo inizia a reagire, a rispondere alle nostre stimolazioni e, ancora più sorprendentemente, a rispondere alle mie.. in inglese! Timidamente, inizia ad emanare qualche suono poco comprensibile, che si trasformerà presto in un flebile nome. Apparentemente eravamo riusciti a conoscere la sua identità, o forse no. L'entusiasmo incontenibile di me e Hassan aveva contagiato anche tutte le guardie intervenute e Ahmad che, intanto, aveva tirato un sospiro di sollievo frammisto ad un sorriso e si era subito adoperato per cercare di capire a chi corrispondesse quel nome, prestando molta attenzione a non far trapelare la notizia agli uomini dell'intelligence, i quali invece aspettavano come dei condor affamati di mettere le mani sul nostro “paziente”. Quando si varca un ospedale, non sono ammesse armi e non sono ammesse discriminazioni indipendentemente dalla provenienza, colore, etnia, religione o simpatia. Un paziente è tale, indipendentemente dalla sua storia. Difendere questo diritto, semplice ed ineluttabile, è spesso la missione più difficile che si porta a compimento in zone di conflitto o in contesti umanitari.

Il nostro uomo aveva pronunciato il nome di Said Mohammad ed affermava di essere un insegnante di inglese. Era tutto quello che aveva detto, niente altro.. stimolato dal mio parlare era probabilmente andato a pescare nella sua memoria compromessa, gli automatismi linguistici appresi ed aveva risposto in inglese alle mie domande “come ti chiami, chi sei”..

Al “cosa ti è successo” e a tutto il resto, ripeteva solo “I don't know”, “non lo so”. Gli occhi restavano chiusi, come a non voler vedere, e i pugni serrati, ma eravamo riusciti a

guadagnarci la sua fiducia. Avevamo costruito una relazione. Mi consulto con i medici e i miei coordinatori: non era certo il nostro classico paziente, non riportava ferite di alcun tipo.. non visibili quantomeno.. ma aveva una forte ferita nel cuore e nella mente e necessitava aiuto. E poi, dove avremmo potuto mandarlo altrimenti? Senza troppi indugi, e con mio sollievo, decidiamo di ricoverare Said. Lascio indicazioni agli infermieri di turno e alle guardie, dopo essermi congratulata con tutti loro per l'ottimo lavoro fatto, per la delicatezza e umanità dimostrata e per avermi dato fiducia.

Spesso gli operatori sanitari di fronte ad un paziente in stato di shock optano per una sedazione immediata, che faciliti entrambi. Non necessariamente è però la soluzione adeguata. Discuto quindi con i medici la richiesta di non sedare il nostro Said, già visibilmente affaticato dalle ore di terrore e tensione accumulati. Ero certa che avrebbe dormito ora che si era tranquillizzato; e qualora fosse stato assolutamente opportuno, avrebbero agito usando la scrupolosità medica.

Dopo quella intensa giornata nel tragitto verso “casa”, i miei pensieri continuano ad andare a Said, al mio operato e a cosa avrei potuto far meglio; alle poche parole pronunciate e al fitto mistero intorno al suo caso; ai rischi corsi dalle guardie ma, contemporaneamente, alla mia soddisfazione nel vedere che le mie formazioni sul trauma e sulle conseguenze psicologiche inflitte dal trauma, avevano lasciato un segno; ero orgogliosa della loro bravura nell'affrontare una situazione così complessa; ma ero preoccupata per gli uomini dell'intelligence che, immaginavo, non avrebbero mollato così facilmente la loro presa..

Arrivo a casa stanca, una doccia, la cena con i colleghi e finalmente a letto.

La sveglia presto, il briefing sulla sicurezza prima di partire per l'ospedale armati di motivazione, casco, radio, maschera antigas e giubbotto antiproiettile.. il mio pensiero è subito a Said. Chiedo ad Ahmad se ci sono notizie sul nostro paziente e lui mi rassicura: nessun incidente di sicurezza riportato in ospedale nella notte.

Arrivo in ospedale e mi sorprendo nel non trovare Said.. eppure Ahmad mi aveva detto che non c'erano stati incidenti.. Corro dai medici e infermieri, preoccupata sulle sue sorti, e invece trovo una bella notizia, oltre alle risposte sul fitto mistero.. Said era stato effettivamente un insegnante di inglese, ma da qualche tempo aveva iniziato a soffrire di un decadimento cognitivo che era peggiorato nelle ultime settimane di assedio. Il giorno precedente era andato al mercato con la moglie e lo scoppio improvviso di un rocket poco lontano, lo aveva spaventato e fatto urtare contro una macchina di passaggio. Il contatto lo aveva terrorizzato ed era corso via nella folla impaurita. La moglie lo aveva perso di vista e lo aveva cercato in ogni dove, finché al mattino presto il passaparola della sua presenza in ospedale era arrivato fino a lei, anticipando gli uomini dell'intelligence, che erano rimasti a bocca asciutta..

Ripenso spesso a Said e a quella interminabile giornata, e mi chiedo quale sarebbe stato il suo futuro se la sensibilità e solidarietà delle guardie, la tenacia di Ahmed nel tener testa all'intelligence e la determinazione mia e di Hassan nel farlo ricoverare, non fossero emerse. Mi chiedo spesso, anche, quale è la definizione di cura in certi contesti emergenziali, dove spesso le tecniche psicologiche pre-stabilite e prefissate non sono applicabili, e dove l'unico potente strumento che ti ritrovi in mano è la relazione d'aiuto. Ma la relazione di aiuto richiede tempo e, specialmente, fiducia. Spesso si è a corto di tempo e, pertanto, non resta che la fiducia: un atto di coraggio nell'affidarsi a qualcun altro che possa prendersi cura di te. Se Dio vuole, Inshallah.

Fotografie di Concetta Feo


I nomi utilizzati sono di fantasia per tutelare la privacy delle persone citate

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